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C’ERA UNA VOLTA VIA MADRE DI DIO: TRA LEGGENDA E DEMOLIZIONI

PASSEGGIAMO NEL QUARTIERE DEMOLITO DI VIA MADRE DI DIO, SPERANDO DI RICOSTRUIRE UNA PARTE DELLA SUPERBA CHE NON ESISTE PIU’

Nevica il 31 dicembre del 1996, evento raro per la superba città di cui Petrarca diceva

“vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, “superba” per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”

e che conosciamo semplicemente come Genova.

Una vecchina vestita di nero, gonna lunga e foulard sulla testa, fa capolino in un bar nei pressi di Porta Soprana. Il campanello tintinna ancora, mentre si fa largo fino ad arrivare al bancone, lì ordina un bicchiere di latte caldo. Il cameriere lo prepara, ma subito si trova a richiamare l’anziana che non si volta indietro, si allontana: unico testimone un vecchio borsellino pieno di monete del Regno d’Italia, ormai fuori corso, un rosario e alcune immaginette sacre di fine Ottocento.

È il 1994, un suo famigliare riconosce la vecchietta, cerca di riconcorrerla, come è possibile gli avevano detto che era morta. La vecchietta scappa via, cingendo la borsa della spesa, si butta in mezzo alla strada ed è travolta da un’auto in Via delle Casacce davanti agli occhi di molti passanti. Inutili i tentativi dei testimoni e della polizia: non c’è nulla, nemmeno un filo di sangue, non un cadavere: è svanita nel nulla.

Tegni bonòmmo, a chi à famme, o pan o ghe pä lasagne.” il mendicante solleva la testa, si è fermato a chiedere l’elemosina nei dintorni dell’area verde dei Giardini di Plastica, una vecchina che sembra uscita dallo scorso secolo abbandona una banconota nel suo vecchio cappello “che quello de lasciù a benedîxa”, risponde, ma la signora si è già allontanata. Più tardi, mentre raccatta il suo bottino prende la banconota: sono cento lire, datate 7 agosto 1943.

Figura 1: fonte La Voce di Genova- 100 lire

A Porta Soprana c’è una calca di persone, è il 1989 nell’aria risuona la musica dance, i ragazzi sono tutti vestiti con colori sgargianti, scaldamuscoli, fasce nei capelli, giubbotti da paninaro, due ragazzi si guardano confusi mentre una vecchietta con abiti rammendati e un foulard sulla testa cerca confusamente in genovese stretto di chiedere indicazioni per Vico dei Librai. “Vico dei Librai?” chiede attonito uno di loro, guardando l’amico. Non può conoscerlo, Vico dei Librai non esiste più, almeno dalla Seconda Guerra Mondiale

La leggenda della vecchietta di Vico dei Librai ha, come ogni leggenda che si rispetti, un fondo di verità. La vecchina dall’accento strano, un vecchio dialetto genovese poco conosciuto oramai, abiti di foggia sorpassata, un vestito nero e che tutti ricordano confusa e disorientata, sembra essere proprio Maria Benedetti. Maria, madre di un figlio disperso in Russia, viveva all’ultimo piano del secondo palazzo di Vico dei Librai, morì nel 1944 sotto i bombardamenti all’età di 77 anni.

La strana storia pone al centro via dei Librai, una viuzza con tre porte di abitazione dalla quale si accedeva alla Piazzetta dei librai.

Figura 2: fonte La Voce di Genova- Piazzetta dei Librai

Il suo nome è a testimonianza della vecchia struttura di Genova, quando chiusa fra le mura, per ogni contrada, le diverse arti, praticate all’interno della città, davano il nome al quartiere e alle vie in cui venivano esercitate. Il Vico dei Librai si trovava nell’antico quartiere di via Madre di Dio fra Vico Colle Inferiore e Piazzetta dei Librai.

Figura 3: fonte C’era una volta Genova- Via Madre di Dio

Proviamo insieme a ricostruire questo angolo di Genova, servendoci di una mappa che è vecchia più di un secolo, dal momento che gli abusi edilizi degli anni Sessanta e Settanta hanno reso impossibile, a noi moderni la visita.

Figura 4: fonte C’era un volta Genova- mappa 1916

Lasciamo Via XX Settembre e immaginiamo di scendere in Piazza Ponticello fino a raggiungere Via Fieschi, imbocchiamo adesso la via che ci porterà a Borgo Lanaiuoli, un antico mestiere fiorente che veniva esercitata sulle sponde di Rivo Torbido che scorreva in questa zona. Tra i lanaioli più celebri sicuramente Domenico Colombo, padre di Cristoforo Colombo. Rivo Torbido fu tombinato e divenne un percorso stradale che scendeva verso il mare proprio da Piazza Ponticello passando sotto il Ponte di Carignano. Il percorso all’epoca prendeva tre nomi in successione: Borgo dei Lanaiuoli, appunto, via dei Servi, via Madre di Dio, sbucando in piazza Marco Reodano, fra le mura della Marina ed il retro dell’Albergo Popolare. Il Borgo dei Lanaiuli risaliva al XII secolo, costeggiava le mura del Barbarossa, ed era infossato fra il colle di Sarzano e quello di Carignano, mantenne nel corso dei secoli la sua caratteristica edilizia popolare: case alte che davano su viuzze strette su cui si affacciavano numerose “botteghe” artigiane.

Figura 5: fonte C’era una volta Genova- cartolina del Ponte di Carignano-1875

Percorriamo Via dei Servi e finalmente giungiamo in Via Madre di Dio. Prendeva il nome dalla chiesa e convento della Madre di Dio fondato nel 1680, che si trovava e ancora si trova accanto ad un pilone del ponte di Carignano. La chiesa subì numerose traversie e bombardamenti, a cominciare da quello francese del 1684 e finire con quello della Seconda Guerra Mondiale. Nel dopoguerra rimase a lungo in abbandono e solo nel 2008, dopo gli opportuni lavori di restauro, divenne la sede della Biblioteca Franzoniana.

Figura 6: fonte C’era una volta Genova — Via Madre di Dio

Proviamo ad immaginare il vociare della folla, l’odore di bucato dei panni stesi ad asciugare al sole, un fiume in piena che portava al mare, il profumo di cibo che si spande dalle oltre venti fra osterie e taverne, immaginiamo i bimbi e le comari, mentre un mulattiere esce da un caruggio stretto. È un quartiere che pullula di vita, di botteghe di artigiani e di negozi di ogni altro genere. Uno scritto del patrizio genovese Stefano De Franchi è utile per comprendere meglio l’atmosfera di quei vecchi vicoli:

“Figlia mia! Qui non c’è pace, né di giorno, né di notte. Mille voci risuonano dal mattino appena giunta l’alba sino alla sera… Ho la testa che mi rintrona come un tamburo, per il frastuono e lo schiamazzo che fa la gente!”.

Spesso Madre di Dio viene raccontata come zona difficile, povera, degradata… caratterizzata dallo svolgersi di attività non propriamente legali. Ma accanto a ciò, ci si dimentica spesso di raccontare quello che era il suo volto umano, semplice, profondamente genovese. La maggior parte degli abitanti della zona lavorava in porto, tutte le famiglie si conoscevano e le porte d’ingresso delle abitazioni venivano chiuse soltanto con una catenella. Era buona norma comunicare da una finestra all’altra e se c’era bisogno di qualcosa bastava gridarlo al vicino e si creava una specie di telefono senza fili…

Figura 7: fonte C’era una volta Genova — Via Madre di Dio (1902)

La lunga strada durante il giorno era stracolma di bambini che spesso raggiungevano la spiaggia per giocare, una distesa di sabbia e pietre sino a Puntavagno. I bambini più poveri erano soliti frequentare salita del Prione, giocavano fra le macerie dei bombardamenti lontano dallo sguardo dei genitori, quelli che invece erano considerati “ben educati” venivano accompagnati in piazza Caricamento, seguiti dalle mamme. Controllare i figli era segno distintivo di una “buona famiglia”.

La sera, invece, Madre di Dio andava a dormire più tardi rispetto al resto della città. Salita del Prione era la zona dei bordelli e delle case chiuse, ma la zona era rinomata soprattutto per le tante osterie, le più frequentate a Genova. Gli uomini, fra un bicchiere e l’altro, uscivano in strada e giocavano a mora, d’estate i tavolini per il gioco delle carte invadevano la strada.

Immaginiamo, quindi, di percorrerla con una fetta di farinata fumante in mano mentre facciamo una piccola deviazione in Passo Gattamora. Lì, possiamo fermarci, come in un pellegrinaggio, al numero 38 di questo vicolo casa natale di uno dei grandi nomi della nostra cultura musicale: Nicolò Paganini.

Figura 8: Casa Natale di Niccolò Paganini

E adesso fermiamoci, perché il nostro viaggio mentale si deve interrompere, di quel quartiere non rimane più nulla: non diamo la colpa alla Seconda Guerra mondiale che ha distrutto la Superba, non diamo la colpa ai calcinacci che la pioggia di bombe continuava a disseminare mentre gli abitanti del borgo si appigliavano alle loro abitazioni, diamo la colpa piuttosto alle modifiche del piano regolatore.

Figura 9: fonte Il mugugno genovese — debolizione

Nel 1970 le bombe hanno un nuovo nome si chiamano ruspe e abbattono tutto case, botteghe, finestre, porte, scale, ricordi e sogni. Non viene risparmiato nulla, fra il 1969 e il 1973 viene demolito tutto e la città in questo punto cambia completamente i connotati. Al posto di Vico Zaccaria, Vico dei Saraceni, Vico del Pomogranato, Vico Matamore e Vico Inferiore del Colle, Vico Pignolo e Piazzetta dei Librai, Piazza Bonifazio, Vico Carmandino e Vico dei Librai, si apre ora una strada percorsa dalle macchine, Giardini di Plastica un giardino intitolato a Baltimora la città statunitense con cui Genova è gemellata e il Centro dei Liguri. Al posto di quella viva vitalità si apre ora il silenzio e la desolazione dei casermoni della Regione costeggiati dal traffico intenso.

Figura 10: fonte Era Superba

Chissà com’era un tempo Vico dei Librai, chissà se la luce forse raggiungeva l’acciottolato, chissà chi ci abitava in quelle case di vertiginosa verticalità.

Quel vociare, quel rincorrersi, quel mondo popolare e artigiano ha lasciato solamente una vecchia Chiesa, un ponte e questa lapide che recita:

“A vergogna dei viventi e a monito dei venturi come usava ai tempi della gloriosa repubblica di Genova dedichiamo questa ‘Colonna infame’ all’avidità degli speculatori e alle colpevoli debolezze dei reggitori della nostra città. Con vandaliche distruzioni hanno cancellato tesori di arte e di storia, eliminato interi quartieri del centro storico, marino ed artigiano deturpando per sempre la fisionomia della città fino all’inaudito gesto di demolire la casa natale di Nicolò Paganini. Essi hanno così disperso la popolazione di questi quartieri con l’infame risultato di sradicare le fiere tradizioni che fecero Genova rispettata e potente. I genovesi dei quartieri della Marina, Via Madre di Dio, Via del Colle, Portoria, Sarzano e Ravecca”

Figura 11: fonte C’era una volta Genova — lapide commemorativa posta dai genovesi

Il 2022 si sta avviando ad una conclusione. Siamo nel periodo fra Natale e Capodanno, nell’aria risuona ancora la musica natalizia e le illuminazioni per i festeggiamenti fanno a botte con l’aria salmastra che risale fra i caruggi deserti. Risaliamo attorno a Porta Soprana e passiamo in Ravecca, giù per quelle strade antiche. Dove una volta sorgeva Via Madre di Dio e tutto un agglomerato di caruggi, alcuni così stretti che devi procedere di fianco, ora sorge il Centro dei Liguri. Una vecchietta si avvicina, è agitata, parla una lingua che non riusciamo a comprendere, sembra abbia fretta, forse deve andare a preparare da mangiare, ma quelle tre parole Vico dei Librai risuonano. Non spaventatevi, e siate gentili, sta solo cercando di tornare a casa.

La vostra Bibliotecaria

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Piccoli frammenti di vita

Questo piccolo grande amore, Baglioni

L’amore per i libri, sembra retorica come affermazione, eppure d’amore si deve parlare e voglio parlare. Il mio primo grande amore come cantava Baglioni. Quell’imprinting a cui resisti tutta la vita ma che in un modo o nell’altro ti trascina a sé come se fossi semplicemente metallo e lui calamita. Violeta (2022, Feltrinelli) diceva che la vita è fatta di anni, che scorrono e alla fine si confondono nella nebbia della nostra esistenza, ma la memoria è fatta da quei lampi di vita che si ricordano perchè legati ad emozioni indelebili. Una celebre frase di Gabriel Garcia Marques recita che  “la vita non è quella che si è vissuta ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”. Il mio primo flash, il mio primo ricordo? Sono a casa dall’asilo, ho la coda di cavallo che mi tira un po’ troppo i capelli, indosso una tuta con cuccioli di dalmata ricamati sopra (avevo una fissa per la Carica dei 101) e un paio di ciabattine rosse. Fra le mani stringo un libro. La mamma non ha tempo di rileggermi di nuovo quella storia deve fare i mestieri di casa. Mi dovevo ingegnare…se avessi voluto leggerla avrei dovuto ricordarla. Quindi, come si dice, ho fatto di necessità virtù. Mi hanno trovato sul divano, qualche ora dopo, che ripetevo ad alta voce la storia, sfogliando le pagine proprio come se leggessi. Ebbene sì: alla fine il mio primo libro l’ho imparato a memoria.

Volete sapere una cosa buffa? A venticinque anni devo già andare avanti a To do list eppure ricordo ancora nitidamente quel volumetto di poche pagine e se chiudo gli occhi posso ancora vedere le figure come se lo avessi sfogliato solo l’altro ieri. Era la storia di una famiglia di orsi, l’orso figlio faceva disperare i genitori per il troppo disordine, i genitori disperati chiamano un dottore che lo ipnotizza. L’orsetto diventa ordinato in modo maniacale, alla fine i genitori si pentono, rivogliono il loro bambino così com’era e vissero tutti felici e contenti. Ecco a voi la copertina

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Era chiaro: avevo iniziato ad amare i libri, di lì è stato solo un crescendo. Imparare a leggere per me è stato un po’ come avere finalmente una chiave magica per navigare in mondi inesplorati. Morale della favola? Non ho più smesso di leggere, ho letto libri di ogni genere, attinto a tutti i libri che c’erano in casa, ho consumato persino gli occhi perchè alla luce fioca di una piccola pila mi sforzavo di decifrare le parole pur di terminare un libro.

Essere un topo di biblioteca? Alla fine è diventata la mia vocazione.

Ancora oggi se il tempo è uggioso batto le mani e saltello sul posto. I miei parenti metereopatici mi guardano storto e mugugnano che non sono normale, che ho decisamente qualcosa che non va: vuoi mettere una bella giornata di sole ad una giornata di pioggerellina e nebbia da far invidia al tempo inglese? Assolutamente sì. Perchè? Elementare, Watson. Se la domenica pioveva la gita in macchina mi portava direttamente nel mio posto preferito in assoluto: la libreria. Non c’erano camminate, lavori in casa, lavori in giardino, pranzi o cene da cucinare, visite a questo o quel parente che teneressero. La domenica se fuori pioveva, cadesse il mondo, si prendeva la macchina e, cantando a squarciagola, in modo decisamente stonato, le canzoni di un vecchio cd di Eros Ramazzotti  (oramai consumato) si partiva alla volta di quel magico mondo. La prima cosa che ricordo nitidamente, quando ci ripenso, è l’odore della carta stampata, delle copertine, il rumore delle pagine sfogliate, la musica in sottofondo che ti investivano come un profano rito di iniziazione sulla porta scorrevole. Mi aggiravo con passo felpato, quasi con sacralità come se fosse una specie di santuario. E lo era per me. Era un luogo che conteneva mille mondi, dovevo solo passeggiare fra gli scaffali e scegliere quale storia mi avrebbe accompagnato. Mi sarei fatta lasciare lì, mi sarei accomodata sulle poltroncine disseminate nel locale e avrei letto libri su libri.

Quasi vent’anni dopo? La sensazione è rimasta la stessa, e ogni volta che varco la porta di una libreria, ritorno quella bimba che fantasticava con il naso in sù.

La Bibliotecaria